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Intervista all’autore – Come nasce Hollow World?

Mondi fantastici, personaggi straordinariamente reali e vicini, lotte, battaglie, magie… Ma come nasce un romanzo così intenso e complesso?

Abbiamo chiesto all’autore di Hollow World – Il ragazzo senza memoria, Luca Damiani di raccontarci come nasce una straordinaria avventura come questa, che ha catapultato lui e i lettori nel mondo di Shiro e i suoi compagni.

Ciao, Luca. Intanto grazie di cuore per averci aperto le porte virtuali della tua casa e per averci accolte nella realtà di Hollow World.
Parto subito con la prima domanda: come è nata l’idea di scrivere una saga fantasy?

Da una necessità. Non nascondo che l’idea è nata dopo un lutto piuttosto drammatico e inaspettato. Dopo questo evento doloroso, ho incominciato a fare un sogno ricorrente. Una scena costante, sempre la stessa: una ragazza in cima alla scogliera, una minaccia sconosciuta in arrivo, una nave volante con a prua l’eroe che viene a soccorrerla… Assurdo, vero?
Fatto sta che questa scena si era incagliata nella mia mente, come un frammento di film ripetuto senza sosta. Dovevo “sbloccarla”, dovevo raccontarla.
Da questa scena è partita tutta la saga di Hollow World: è la base di ogni cosa. Non vedremo questa immagine nel primo volume, sarà l’incipit del secondo, ma è da lì che parte tutto.

Per chi non ha ancora letto il primo volume (cosa aspetti? Scopri di più), rimandiamo per la trama al nostro articolo Quando accade….
Che spunti hai preso per creare questo mondo parallelo?

La realtà. Sembra assurdo, visto che si parla di un romanzo comunque fantasy, ma i luoghi e i personaggi provengono dalla vita di ogni giorno e sono calati con tutta la loro realtà all’interno delle pagine e del mondo di Hollow World. La città di Falar, ad esempio, altro non è che la copia della città di Porto Venere in Liguria, città a cui, tra l’altro, sono molto legato.

Come hai capito che il tuo sogno e, da lì, il resto della storia dovevano prendere vita in un libro?

Per rispondere a questa domanda, parto dalla mia adolescenza: per circa vent’anni ho fatto l’attore di teatro e ho anche scritto diversi copioni e partiture teatrali. È stato, perciò, perfettamente naturale per me incominciare a scrivere un testo ricco di dialoghi, come se fosse una vera e propria sceneggiatura teatrale, ma inserendo la parte di narrazione, quasi come se fossero le note di regia che accompagnano e spiegano cosa fanno gli attori.

Nonostante tu abbia questo passato da attore teatrale, nella vita fai tutt’altro. Come hai fatto a organizzarti tra scrittura e lavoro?

Come hai ben detto, io nella vita di tutti i giorni non faccio lo scrittore e non nascondo che il mio lavoro occupa parecchie ore al giorno. Ma, tutte le mattine, piazzo la sveglia alle cinque e mi do come obiettivo di scrivere almeno mille parole prima di iniziare a lavorare. Scrivo sempre, anche se sono stanco, perché non scrivo tanto per me (anche se all’inizio era così), ma scrivo per la storia che è dentro di me e che aspetta di essere narrata.
Quando prendo in mano la penna o il tablet, le parole dei miei personaggi escono da sole, magari scritte male, senza punteggiatura, buttate di getto, ma do modo alla storia di fluire. Lascio la possibilità ai miei personaggi di raccontarsi, di confrontarsi tra di loro e di vivere la loro storia. Non è una cosa stramba o da folli. Per quanto uno scrittore li abbia pensati e creati, è errato chiamarli i “miei personaggi”. Se è stato fatto un lavoro vero e profondo di delineazione di ogni singolo personaggio, con la sua storia, il suo background, le sue caratteristiche (fisiche e non), questi cominceranno ad agire nella mente dello scrittore e sulla carta in maniera quasi autonoma. Basta provare a porre domande anche molto semplici a ognuno di loro per ottenere risposte completamente differenti. Per capirci, se provassi a chiedere “Vuole accomodarsi?” a personaggi famosi dell’immaginifico cinematografico, credo che otterrei una risposta completamente differente da Jack Sparrow e da Luke Skywalker.

I personaggi, se ben tratteggiati, hanno una loro presenza, una loro vita (per quanto immaginifica) e meritano il rispetto che gli si deve. Capita spesso che, preso dall’estro creativo, mi ritrovo a scrivere una bella frase, con una bella metafora, sennonché il mio personaggio subentra come se mi guardasse fisso negli occhi per dirmi: “Ma sei scemo? Ti pare mai possibile che io possa dire una cosa del genere?” E, allora, quasi vergognandomi, cancello tutto e riparto. Bisogna avere rispetto. Mettere da parte il proprio ego di scrittore e raccontare la storia, cercando di nascondersi il più possibile, per far risaltare solo la storia stessa e i personaggi che la abitano. Chi scrive è un servo della storia che narra, non il protagonista.

E, allora, mi viene spontaneo chiederti: come hai delineato i personaggi?

Dal lavoro lungo e complesso che è partito proprio dall’avventura teatrale.
E, per aiutarmi a tratteggiarli sempre meglio, ho dato parola e spazio a ognuno di loro. Per esempio, ho “intervistato” ciascun personaggio, ponendogli più di sessanta domande tra gli argomenti più disparati, spesso che non c’entravano nulla con la storia. Era necessario per delineare un profilo di ciascuno di loro il più accurato possibile.
Poi ci sono “sedute d’improvvisazione” vera e propria, dove mi metto nei panni del personaggio e reagisco a situazioni date. Tutto ciò è piuttosto complesso. E alle volte imbarazzante…

Grazie di cuore, Luca, per averci raccontato qualcosa in più sulla nascita del tuo libro e dei suoi personaggi! E per chi ancora non ha letto Hollow World – Il ragazzo senza memoria… cosa aspetti?